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Tra cielo e terra In evidenza

Martedì 24 settembre, alle 18,30, nell’Auditorium del Seminario Vescovile è stato presentato il volume Tra cielo e terra: Eucarestia e sacerdozio nel pensiero di Mons. Giovanni Speciale. L’occasione è legata al 40° anniversario della dedicazione solenne della Cappella Maggiore del Seminario, dopo l’adeguamento liturgico ai nuovi indirizzi dettati dal Concilio, avvenuta il 7 maggio 1979.

Fu proprio Mons. Giovanni Speciale, all’epoca Rettore del Seminario, a pensare e a guidare i lavori con intelligenza e passione credente, con un restauro complesso durato un anno e mezzo per adeguare lo spazio sacro, cuore del Seminario, al nuovo contesto liturgico, pastorale e socio-culturale del dopo-Concilio.

«Un viaggio nel cuore della Cappella Maggiore del Seminario Vescovile che continua ancora oggi a illuminare i passi dei futuri presbiteri, chiamati a seguire il Cristo, Redentore del mondo» è il filo conduttore delineato dal nostro parroco padre Salvatore Rumeo, autore del volume, nel quale, attraverso un percorso storico artistico teologico e spirituale l’Autore rilegge l’«opera perfetta» del maestro Ennio Tesei quale spazio teologico dove si compendia, in modo originale e dinamico, il pensiero di Mons. Giovanni Speciale sull’Eucarestia e sul Sacerdozio.

 

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Mons. Jacono è tornato a Caltanissetta In evidenza

Il 28 settembre 2019 è stato un giorno di festa e di gratitudine al Signore per il ritorno del corpo del Venerabile Servo di Dio Mons. Giovanni Jacono nella Diocesi nissena che ha amato e guidato per ben 35 anni. Giunge, cosi, a compimento un grande desiderio che il nostro Vescovo Mario ha alimentato nel suo cuore, trasmettendolo a tutta la comunità ecclesiale, sin dall’inizio del suo ministero pastorale in diocesi.

Da alcuni anni, infatti, Mons. Russotto ha chiesto alla Diocesi di Ragusa, nella cui Cattedrale Mons. Jacono è sepolto fin dalla sua morte nel 1957, la traslazione del corpo per essere posto nella nostra Cattedrale, da lui ricostruita e ampliata dopo il bombardamento del 1943. Anche i nipoti e familiari hanno più volte espresso il loro desiderio di far ritornare il Vescovo “buono” nella Diocesi nissena e, all’indomani della consegna da parte del Cardinale Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi del Decreto di riconoscimento delle virtù eroiche del Servo di Dio, anche il Vescovo e il presbiterio di Ragusa si sono espressi favorevolmente per la traslazione del corpo del Venerabile a Caltanissetta.

Pertanto, il 26 settembre presso la Cattedrale di Ragusa si è fatta la “recognitio” delle spoglie mortali del Vescovo Jacono e Sabato 28 settembre una delegazione del presbiterio ragusano ha accompagnato e consegnato al nostro Vescovo la bara con il corpo del Vescovo Venerabile che, proprio il 28 settembre del 1921, faceva il suo ingresso nella nostra Diocesi!

La comunità diocesana ha accolto alle 9,30 in punto Mons. Jacono in Seminario da dove, compiuti gli atti burocratici di consegna, è stato traslato processionalmente in Cattedrale per la solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo Mons. Mario Russotto e concelebrata da tutto il presbiterio diocesano.

 

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Aperti al Mab In evidenza

Una sessione plenaria e quattro workshop: si articola così la Giornata inaugurale, il 3 giugno prossimo a Roma, di  “Aperti al Mab. Musei archivi biblioteche ecclesiastici”, (#apertialmab), l’Open week che ha l’obiettivo di rilanciare fino al 9 giugno il ruolo svolto da questi istituti culturali sul territorio e nei confronti della comunità. Una settimana nazionale per consentire loro di mostrarsi al pubblico. A promuovere l’iniziativa l’Ufficio nazionale per i beni ecclesiastici e l’edilizia di culto della Cei con l’Associazione musei ecclesiastici italiani (Amei), l’Associazione archivistica ecclesiastica (Aae) e l’Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani (Abei).

A inaugurare la Giornata del 3 giugno introducendo la sessione plenaria della mattina, sarà monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei. Federico Badaloni, responsabile aree di Progettazione e grafica della divisione digitale del Gruppo editoriale L’Espresso e relatore della sessione, invita a riflettere sulle sfide della comunicazione attraverso la rete: «Quali dinamiche seguire – si chiede – per meritare la fiducia dei nostri interlocutori?». Di public history parlerà invece Serge Noiret (Istituto universitario europeo), che la definisce uno strumento grazie al quale le diverse comunità possono «valorizzare sul territorio il loro patrimonio culturale, materiale e immateriale, e interrogarsi su quello che definisce le loro identità collettive». Per Paul Weston (Università Pavia e referente progetti archivi e biblioteche Cei), «la questione etica, più che quella squisitamente tecnologica o catalografica», costituisce lo snodo «tra un sistema culturale di qualità, rispettoso dei valori della persona e volto alla trasmissione della conoscenza, e un sistema che, al contrario, distorce la conoscenza e sfrutta le tecnologie per manipolare e controllare gli individui».

Il primo dei workshop in programma è dedicato alla narrazione del patrimonio ed è organizzato con l’Associazione italiana public history; il secondo alla gestione di questo stesso patrimonio, che richiede un accurato inventario, e dei cambiamenti. «Ogni comunità cristiana – avverte monsignor  Ernesto Rascato, incaricato Beni culturali della regione ecclesiastica Campania – deve avere consapevolezza e cura dei propri beni storico-artistici», soprattutto nelle operazioni di fusione e/o accorpamenti. A portare un contributo di riflessione sul tema saranno, fra gli altri, Maria Idria Gurgo (Direzione generale Archivi) e Stefania Guzzo (Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio). I due workshop del pomeriggio sono dedicati, rispettivamente, a comunicazione e a valorizzazione, narrazione e pastorale del patrimonio culturale ecclesiastico. Atteso un intervento di monsignor  Carlos Azevedo (Pontificio Consiglio della cultura).

Dalle pagine miniate di Padova alle prime lettere dei Papi all’Ordine dei minori di Assisi; dal viaggio nel tempo e nella storia di Nonantola (Modena) alle cinquecentine di Molfetta (Bari) o ai preziosi manoscritti medioevali di Oristano. Così i territori raccontano se stessi. Sulla pagina BeWeb dell’Ufficio Cei un contatore indica che, al 31 maggio, hanno aderito all’iniziativa 285 istituti culturali su tutto il territorio nazionale: 87 musei, 112 archivi e 86 biblioteche, ma il numero continua ad aumentare.

È soddisfatto il direttore dell’Ufficio don Valerio Pennasso, a Mantova per un incontro degli incaricati diocesani della Lombardia. Raggiunto al telefono, porta l’esempio della diocesi lombarda come «modello di sinergia tra istituti, desiderio di essere presenti ed esempio di legame con il territorio. Qui – spiega – la diocesi ha predisposto un evento di partecipazione al quale hanno concorso archivio, biblioteca e museo costruendo insieme un evento per la città». A Mantova, infatti, il museo diocesano Francesco Gonzaga offre ai visitatori la mostra “Aspettando Giulio…” con disegni di Giulio Romano, l’allievo prediletto di Raffaello lì trasferitosi dal 1524 fino alla morte nel 1546; una selezione di documenti della committenza ecclesiastica all’artista e alla sua cerchia provenienti dall’Archivio storico diocesano, nonché due testi del Cinquecento della Biblioteca del Seminario vescovile: il terzo libro dell’architettura di Sebastiano Serlio e un volume di Vitruvio. «I tre istituti – prosegue don Pennasso – collaborano anche con il museo civico cittadino testimoniando l’importanza del legame con il territorio e con la comunità civile. Se si innesca un processo questo procede con passione e determinazione».

Sono 1.684 gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) registrati all’interno dell’anagrafe degli istituti culturali ecclesiastici presente su BeWeb. Tra questi si contano 851 archivi (208 diocesani e 643 non diocesani); 545 biblioteche (149 diocesane e 396 non diocesane); 288 musei (205 diocesani e 83 non diocesani). 

Da Romasette.it

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Le case dei libri nel cuore del Sahara In evidenza

A Chinguetti, antica città carovaniera nell’odierna Mauritania, esistono ben sedici biblioteche, piene zeppe di manoscritti antichi e di opere a stampa fino all’800.

Se taluni compositori americani minimalisti come La Monte Young o Terry Riley, Philip Glass o Steve Reich avessero eletto un luogo geografico come fonte d’ispirazione, certamente avrebbero scelto il deserto, con le sue minime e infinite variazioni paragonabili, dunque, alle singole cellule melodico ritmiche di questa musica che irretì più d’una generazione di ascoltatori. Il deserto è ipnotico, e separarsene risulta difficile anche per uno straniero. Ed è proprio questa particolare categoria umana che ha fatto dell’erranza una vocazione o una necessità, ad esserne conquistata, talora perfino risucchiata. La letteratura di viaggio ne è costantemente una prova tangibile, in special modo quella al femminile che ha rivelato fin dagli inizi del XX secolo una sorprendente presenza di donne viaggiatrici lungo le vie carovaniere d’Asia e d’Africa. Lasciamo la capitale costiera della Mauritania, Nouakchott che prima della sua recente fondazione (1959), era poco più di un accampamento di nomadi, in viaggio verso la regione interna dell’Adrar, cuore del Sahara mauritano, per raggiungere, infine, l’antica città carovaniera di Chinguetti. È un percorso lungo e accidentato di quasi cinquecento chilometri, su strade asfaltate e piste di terra battuta. L’anziano autista, esperto del territorio e vestito in classici abiti beduini, ha una guida veloce e sicura. Fermo nel suo sguardo austero ma anche capace qualche volta di sorridere. Per cinque volte al giorno, ovunque si trovi, distende il tappeto sulla terra e comincia a pregare con assoluta devozione. A Nouakchott incontriamo Mohamed Amara, persona affabile e attenta, al quale spieghiamo il nostro progetto, ovvero la realizzazione di un film sulle biblioteche del deserto, sui suoi fedeli conservatori e restauratori. Si tratta di un patrimonio tanto raro e sconosciuto in Occidente quanto inestimabile, ma altresì fortemente soggetto alla corrosione del tempo. Il film, gli spieghiamo, s’intitolerà Libri di sabbia, sebbene il chiaro riferimento a Jorge Luis Borges, non trovi alcun riscontro nella natura del progetto. Lui ne è subito entusiasta. Lo lusinga il fatto che, da presidente dell’associazione dei Sindaci delle antiche città, possa contribuire a dare un nuovo impulso alla conoscenza di tale tesoro di saggezza al di fuori del continente africano. Ci parla inoltre del Giardino d’infanzia, una scuola materna creata dall’associazione Giovanni Lorenzin che ospita fino a 400 bambini nomadi e che è un suo vanto. Accettiamo così la sua ospitalità a Chinguetti. Al nostro arrivo, infatti, troviamo Tourad, il custode, ad attenderci.

L’incontro con questa città, fondata nel 1264 nel cuore del Sahara, ha in sé qualcosa di meraviglioso. Abbagliati dal colore della sabbia, di un giallo intenso quasi rosso e dall’effetto cromatico degli abiti tradizionali femminili di un azzurro carico a cui fanno da contraltare i colori delle case, «colori senza mezza tinta, senza ironia » come scriveva Pier Paolo Pasolini in una poesia dal titolo Guinea, 1964, pallidi per via della polvere e del vento che solleva la sabbia in piccoli e grandi cumuli piramidali, giungiamo nel luogo di congiunzione tra la città vecchia e quella nuova, (non si creda che quest’ultima si distingua di molto dalla prima), ossia uno wadi, grande letto di sabbia, attraversato ogni giorno da uomini, donne, bambini, animali (capre e dromedari) e automobili (vecchie Mercedes sbrindellate o fuoristrada tipo pick-up). Talvolta sono, invece, alcune figure isolate provenienti dal nulla, a darci la misura della nostra solitudine. C’è anche un campetto di calcio con una porta un po’ sbilenca dove si incontrano tutti i ragazzi intorno a un pallone colorato, dove un dromedario cui hanno legato le zampe, aspetta che il padrone lo venga a liberare. La casa del sindaco Amara, rivolta verso il wadi, è certamente tra le più belle, punteggiata com’è di cespugli di bougainville, angoli panoramici e una fontana alimentata da un canale lungo l’intero perimetro del giardino. Percorrere al tramonto quest’ampia distesa di sabbia rinserrata tra due nuclei urbani della medesima sostanza pietrosa e il deserto di dune appena a qualche decina di metri, che ci attende, sempre identico a se stesso eppure così mutevole dall’inizio dei tempi, è come trovarsi di fronte ad un interrogativo universale: l’orizzontalità del deserto verso la pienezza del nulla oppure la verticalità urbana rappresentata dal minareto turrito della grande moschea, (modello di tutti i minareti mauritani del Sahara), dunque verso le stratificazioni del tempo della storia.

A Chinguetti esistono ben sedici biblioteche di cui la più importante è la Biblioteca Habott, dal nome di un erudito Sidi Ouid Mohamed Habott che tra queste mura fondò la biblioteca nel secolo XIX e successivamente arricchendola di nuove opere fino a raggiungere un numero di 1.400 esemplari. Situata nei pressi della grande moschea, al centro della medina, vi si accede attraverso una porticina di legno oltre la quale ci attende un signore alto e allampanato, che con aria severa ci invita a seguirlo all’interno di una specie di antro in terra battuta dove sono disposti alcuni armadi pieni zeppi di manoscritti antichi risalenti fino al Trecento e di opere a stampa fino al Sette-Ottocento, suddivisi per discipline: teologia, matematica e geometria, poesia e diritto. La città fu per molti secoli luogo di filosofi, poeti, scienziati e indovini, una sorta di enclave illuminata nel cuore del Sahara. Oggi ciò che vediamo è un luogo labirintico di pura meraviglia, quasi del tutto svuotato dei suoi abitanti (almeno per ciò che riguarda la città vecchia), divorato dal sole e dalle sabbie. L’uomo è ritto in piedi davanti a un tavolino sul quale ha disposto le opere più preziose affinché possiamo ammirarle in tutta la loro bellezza e fragilità. Il suo rispetto per quei libri è tale da sfiorarli e toccarli non a mani nude ma con dei guanti bianchi, come in un rituale che si è ripetuto molte volte con altri viaggiatori sensibili alle culture sommerse o con il gruppo di studiosi italiani dell’ex Centro di catalogazione e restauro di Villa Manin di Passariano che dieci anni or sono cominciarono un’ammirevole opera di restauro.

Per incontrare colui che nell’Adrar ha raccolto facendola propria l’esperienza del restauro dei manoscritti, abbiamo dovuto lasciare a malincuore Chinguetti, spostandoci verso oriente alla volta di Ouadane, un’altra importante città carovaniera, fondata nel 1142 da tre famiglie di notabili le cui tracce sono ancora visibili in ciò che resta delle loro abitazioni nell’antica città fortificata di Ouadane in rovina. Costruita interamente in pietra arenaria a secco su di uno sperone roccioso che fronteggia il deserto qua e là attraversato da piccole oasi, oggi appare come una sorta di Ercolano del Sahara. Visitarla sotto il sole pomeridiano in compagnia di Sidahmed Haba, giovane rampollo di una ricca famiglia berbera, seguendo polverosi e intricati sentieri, significa smarrirsi per un po’ di tempo nella solennità di un paesaggio in cui ogni elemento è integrato: il deserto la città l’uomo, in un solo calco che ha il colore della pietra arenaria di queste montagne. Finalmente riusciamo a incontrare Abdellahi Lebatt, un giovane che affronta ogni giorno il difficile compito di mettere scientificamente in salvo un patrimonio cartaceo inestimabile. Di lui colpisce l’espressione di grande serenità e di calma quando ci mostra l’intero procedimento del restauro conservativo, dall’arrivo del volume nel laboratorio fino alla consegna al proprietario. I suoi gesti rivelano sicurezza ma anche una profonda umiltà come quando dice che i libri sono la sua vita. Laddove tutt’intorno vi è semplicemente il deserto, in questo luogo polveroso e dimenticato di una periferia immaginaria, c’è un uomo che ha trovato nella parola scritta su antichi fogli il significato dell’esistenza. Ritorniamo a Chinguetti più per nostalgia che per necessità. I suoi silenzi e le sue figure come presenze lontane nel tempo, ma anche l’abbraccio dolce e mortale con il deserto ci stordiscono. Mentre il deserto con procedere lento e inesorabile ricopre la città, le sue strade, le porte delle case, e le termiti divorano i libri, tonnellate di spazzatura dalla città degli uomini portate dal vento si accumulano sulla soffice coltre desertica. Da lontano sembrano pulviscoli giunti da chissà dove, forse da un altro pianeta, ma basta chiudere gli occhi per ritrovarsi in un altrove necessario da cui a fatica riusciamo a separarci.

Da Avvenire. it

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